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Sentenza di I grado processo Bimaltex: la reazione delle famiglie di Giovanna Curcio e Annamaria Mercadante


22-07-2009

“Non esiste alcuna pena o risarcimento che possa restituirci la vita di Giovanna”. Questo il commento a caldo dei genitori di Giovanna Curcio, al termine della lettura della sentenza di primo grado emessa dal giudice Paola Lombardi al tribunale di Sala Consilina. Mai nessuna parola fuori posto o un contegno agitato durante le udienze, mai un trasalimento all’ascolto delle dichiarazioni rese dai diversi testimoni chiamati a deporre, sempre compostezza ed educazione anche quando qualcuno ha pensato di attribuire diverse colpe alla loro cara amata figlia. Questo è stato l’atteggiamento mantenuto in maniera esemplare da Pasquale e Rosamaria Curcio, padre e madre della quindicenne morta tragicamente alla Bimaltex. La famiglia Curcio, seppur con grande dolore e grande sofferenza è sempre stata presente alle udienze, si è sempre rimessa alla decisione del tribunale e ha confidato al legale di fiducia, l’avv. Giacinta Guerra, che considerano giusta e proporzionata la pena assegnata a Biagio Maceri. Una sentenza giusta nonostante l’atteggiamento dell’imputato, nonché titolare della fabbrica dove lavorava Giovanna. Maceri infatti attraverso l’interrogatorio fiume e le dichiarazioni spontanee sembrerebbe non aver mai pronunciato alcuna parola di pentimento nei confronti della tragedia verificatasi all’opificio ma ha cercato sempre di individuare le cause dell’innesco dell’incendio anche in un comportamento non sempre corretto della giovanissima operaia. Nonostante la sua tragica morte l’uomo ha cercato di incolpare altre figure per giustificare quanto era accaduto. “Certo al Maceri spettava il diritto di difesa -spiega l’avv. Guerra- ma il suo non è stato certo un buon atteggiamento”. Oggi Pasquale e Rosamaria vogliono riflettere su quanto successo e preferiscono non rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa, sono trascorsi tre anni da quel 5 luglio 2006 eppure il ricordo di quei terribili istanti è sempre più vivo nella mente. Stesso atteggiamento dignitoso per la famiglia di Annamaria Mercadante, la donna 49 anni di Padula, morta in un abbraccio mortale insieme a Giovanna Curcio, insieme unite dalla fatale inalazione dell’acido cianidrico spigionatosi dalle fiamme che divampavano alte. Per il marito di Annamaria, Michele Arnone e il figlio assente in aula perché si è laureato in Economia e Commercio proprio il giorno della sentenza, è solo il momento del ricordo. “Non c’è sentenza che possa consolarci -hanno riferito commossi- il lutto è ancora forte. Abbiamo accettato la sentenza perché abbiamo sempre confidato nella giustizia”. Non esiste alcuna soddisfazione per quanto ha riconosciuto la giustizia in un’aula penale, solo un commento sulla pena inflitta. In questi anni si sono consumati due lutti, due donne che non hanno mai perso la voglia di vivere anche quando hanno accettato di lavorare al nero pur di supportare validamente la famiglia. Quella famiglia che non ha mai smesso di pensarle. Nemmeno per un istante. Quelle due famiglie dignitose che anche di fronte al lutto e al dolore sono state sempre composte e hanno dato un esempio senza precedenti di educazione e di contegno. Una lezione che purtroppo proviene da una tragedia consumatasi a due passi da casa loro. “Il sacrificio delle due donne servirà a salvare altre vite” -è invece il commento che si è sollevato dagli amministratori e dal civico consesso del Vallo di Diano- “occorre combattere il fenomeno del lavoro nero perché mai più deve verificarsi ciò che è successo a Giovanna e Annamaria”.

Antonella Citro



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