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Codacons: “Non mi dare la protesi fetente”: ovvero, il prezzo collettivo della corruzione


17-07-2009

A pagina 14 di Repubblica del 14 luglio 2009 si legge una frase estrapolata dall’intercettazione di un edificante dialogo tra Gianpaolo Tarantini ed il primario del reparto di ortopedia di Barletta. Quest’ultimo riferisce a Tarantini: “Non mi dare la protesi fetente, che la devo mettere alla madre dell’ingegnere del Comune”. Il Tarantini risponde: “Non ti preoccupare, ti do quella buona”. Chi ha seguito le cronache sulla vicenda delle cosiddette veline e del Presidente del Consiglio forse saprà che questo Tarantini è il faccendiere che, oltre ad essere indagato per lo scandalo della sanità pugliese, sembra procacciasse allegre donnine per le cene allargate di Palazzo Grazioli.

Non ci dilungheremo né sul merito delle indagini in corso, né sulle questioni legate alle frequentazioni del Presidente del Consiglio. Vogliamo invece cercare di capire quali possano essere le conseguenze sociali di un fatto come quello emerso da questa conversazione, fortunatamente intercettata. Cominciamo col dire che, probabilmente, le “protesi fetenti” venivano impiantate nei corpi dei poveri cristi da quel primario, amico del Tarantini. Dovendo poi estrapolare un significato logico dalla telefonata, quelle “buone” venivano destinate ai parenti di una classe privilegiata di persone; nel caso specifico, alla madre di un ingegnere di un ente comunale (si immagina quello di Barletta).

Cittadini di serie A e cittadini di serie B. Quelli di serie C sono stati deprivati anche di reparti funzionanti dalla corruzione dilagante. Affari a farsi anche con il dolore e le necessità di cura delle persone. L’importante è una bella macchina, una bella casa, amici inseriti nel jet set della città e qualche politico di riferimento per fare qualche altro affarone, magari anche con la protezione civile; un party con droga, poi, non deve mai mancare. Tutto il resto è miseria umana, naturalmente. E gli stupidi a dannarsi per portare un messaggio di solidarietà tra la gente: ma quale solidarietà, sembra di capire, qui si fanno i “piccioli”.

Il legame tra questo operatore della sanità pubblica e il Tarantini è stato stigmatizzato e condannato dal Presidente dei Chirurghi Italiani, dott. Pietro Forestieri, il quale ha dichiarato: “ Se così è (e, purtroppo, così sembra che sia) ci troviamo di fronte non a medici, ma a delinquenti comuni”. Ecco, allora, delinquente comune potrebbe considerarsi uno scippatore, uno spacciatore, un ladro, un malfattore, non un primario di un reparto di ortopedia. Ma questa è la conseguenza della corruzione diffusa: una capillare presenza di atti criminosi da parte anche di chi occupa posizioni di rilievo nelle istituzioni più sensibili della società, tra le quali la sanità pubblica. Il prezzo che la collettività paga a volte è alto: ci si chiede, infatti, se qualche “protesi fetente” abbia mietuto delle vittime in passato.

Da questa vicenda paradigmatica di uno dei tanti sistemi di corruzione nel Mezzogiorno, dobbiamo trarre delle conclusioni. Il nostro Sud non riesce ad emanciparsi da uno stato di sudditanza nei confronti di una classe politica largamente collusa con una fitta rete di affaristi (chiamiamoli eufemisticamente così). Questa classe politica sembrerebbe oggi, per giunta, succuba del potere economico e non più tesa a rappresentare ideali condivisi da parte di una determinata fetta di elettori. Addirittura, secondo quanto affermato a più riprese dal Procuratore Giandomenico Lepore, sembrerebbe che, in Campania, un politico su tre sia colluso con il potere criminale. Ed ecco che, come logica conseguenza, assistiamo ad una sorta di deriva sociale dove i “piccioli” prendono il posto anche della stessa dignità dell’uomo. Un bel risultato. Forse, tra breve, qualche delinquente comune ce lo ritroviamo ai vertici di qualche università e di qualche ente locale, se già non è così. In questo modo il quadro sarà completo e potremo dirci soddisfatti di questi eccellenti primati della politica. Si potrà allora continuare a costruire zone industriali nei siti pubblicamente riconosciuti di pregio ambientale, sventrare intere montagne dei parchi nazionali a 1100 metri sul livello del mare, sversare rifiuti nelle campagne, e tutto con la certezza dell’impunità. Crederemo così di vivere nel migliore dei mondi possibili, mentre questo è il mondo dove prosperano solo i delinquenti comuni e non i cittadini comuni.
 

Roberto De Luca




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