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Strage di vitelli sugli Alburni


21-09-2006

I lupi degli Alburni vanno all’attacco dei vitellini della mucca podolica. Il Parco del Cilento paga, e poco come vedremo successivamente, solo se l’allevatore riesce a ritrovare il 75% della carcassa del povero vitellino sbranato dai lupi e se la fa verbalizzare dagli agenti della forestale. Solo che sul pasto dopo il lupo ci arriva il cinghiale, qualche cane selvatico, ed alla fine è difficile che avanzi qualche osso. “Allora organizziamo una bella mena e così abbiamo risolto il problema”. Cos’è la mena? “Una battuta di caccia al lupo. Si facevano una volta. Di prima mattina, centinaia di persone battevano i boschi dove c’erano le loro tracce facendo rumore e spingevano il branco in dei passaggi obbligati dove esperti tiratori facevano fuoco con i fucili. Potremmo rifarle, come disobbedienza civile e per far rivivere una tradizione”. In bocca al lupo, allora. Sorriso amaro, ironia rispedita al mittente. Non è il caso di metterla sullo scherzo. Giovanni, chiamiamolo così, bovaro sui monti Alburni, non si fa fotografare e non vuole comparire in alcun modo. Alle lettere agli enti, così come alle denunce sui giornali, non crede. I suoi colleghi, tutti allevatori di vacche podoliche degli Alburni, sono arrabbiati, ma pensano a vie d’uscita. “Ai lupi vogliamo far pure mangiare qualche nostro vitello. Dal Parco del Cilento vogliamo degli indennizzi equi, che facciano star tranquilli i nostri portafogli delle nostre aziende”. Perché, da qualche mese fra Castelcivita, S. Angelo a Fasanella, Ottati e Corleto Monforte, i lupi sono tornati e fanno stragi di vitelli. L’anno scorso l’allarme aveva riguardato Piaggine, la zona del Cervati. C’è un branco nuovo, oppure quell’unica famiglia di lupi che è segnalata in questa zona si è accresciuta. Va all’attacco dei vitellini podolici che sono allevati, allo stato brado, sull’intero massiccio degli Alburni. Rappresentano ancora una robusta fetta dell’economia, con la produzione caciocavalli e burrini. E carne buona come non se ne trova più. A finire l’opera, ci pensano i cinghiali, che qui crescono numerosi. “In pochi mesi ci abbiamo rimesso oltre centocinquanta vitelli”, racconta Daniele Monaco, un giovane allevatore di mucche podoliche sugli Alburni. Professione e specie allevata sono a rischio d’estinzione, tanto che la comunità montana, già da qualche anno, ha lanciato un programma d’adozione. C’è chi paga duecentocinquanta euro l’anno ed in cambio ha un paniere con caciocavallo, burrini ed altri prodotti della montagna. Il più illustre dei sottoscrittori è l’eurodeputato Alfonso Andria. ”E’ polvere negli occhi, assistenza, pubblicità per i politici. Pensassero allo stato delle strade montane. E’ disastroso. Io, come gli altri che fanno questa mia attività, una volta potevano dire di avere un capitale per le mani”. Ed oggi? “Devo stare accanto ai miei animali notte e giorno. Sono un giovane, non so fino a quando potrò fare questa vita”. Anche i primi cittadini dei paesi che più vivono di zootecnia allo stato brado si sentono impotenti.
“Si diffondono perfino voci di ripopolamenti di lupi fatte dal Parco del Cilento sul nostro territorio. Al comune non risulta niente. Lo vorrei sapere anch’io. Sono sindaco da non più di tre mesi”, racconta Pasquale Marino, il commercialista che guida Ottati.
“Facciamo causa al Parco”, propone Giuseppe Doddato, profondo conoscitore delle risorse forestali degli Alburni e del Cilento. “E’ giusto tutelare la fauna selvatica. Ma chi deve rinunciare ad una parte del suo reddito, venga pagato per quel che perde”. Ed invece?
“Un nostro allevatore in anticipo paga per il pascolo comunale e gli affitti dei terreni privati. Così come ci ha messo anni per far crescere la vacca che darà alla luce il vitellino. Si tratta poi d’esemplari che hanno normali valori commerciali. Un piccolo di podolica chi te lo vende? Poi c’è di più, la vacca che perde il piccolo, proprio perché è allo stato brado, non può essere munta né con le mani e nemmeno con la mungitrice. Quando cresce il piccolo è in piena lattazione, è destinata così ad ammalarsi di mastite, e non potrà più produrre”. Doppio danno, allora.
Giuseppe D’Urso allevatore di S.Angelo a Fasanella, arriva con le carte alla mano. Dal Parco ha avuto una volta 155 ed un’altra 355 euro di rimborso. A fronte di un mancato guadagno di almeno 2400 euro. “E meno male che i lupi mi avevano lasciato qualcosa…”, sospira. “Ci dovevo mettere solo un po’ di lavoro di sorveglianza, noi a questi animali mica gli diamo il mangime o i foraggi”, racconta ancora. Per questo si è fatta scrivere una diffida e l’ha spedita al Giuseppe Tarallo, presidente del Parco: “…gli episodi descritti costituiscono grave nocumento e pregiudizio all’economia familiare dei piccoli allevatori. E l’indennizzo che ci date non è equo”.
“Qui manca un solo animale: l'uomo. Ieri l'emigrazione, oggi la fuga in pianura. Ottati e S. Angelo a Fasanella, oggi hanno meno di mille abitanti. Io ho il dovere – aggiunge il sindaco Marino - di tutelare gli allevatori. E chi ha visitato gli Alburni sa che quelle mandrie sono così belle a vedersi ed ecompatibili. Non vorrei che uscisse qualcuno a dirmi che il turismo, l’ecologia…”. “I cinghiali distruggono la cotica erbosa, il prato verde che vedono tutti, sapete ci metterà almeno 60 anni per riformarsi. Lo dico a chi si ritiene più ambientalista degli altri”, dice Giuseppe Doddato.






Oreste Mottola



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